Letture e Visioni: un dialogo tra libri e arte #2
L'illusione pittorica di René Magritte. Tre libri per tre dipinti.
“La mia maniera di dipingere è assolutamente banale e accademica. Importante nella mia pittura è ciò che essa mostra.”
René Magritte
Non nutro una particolare passione per l’Arte Moderna (a parte alcune eccezioni) e ancor meno per quella Contemporanea. Un po’ per una mia difficoltà di comprensione, ma anche per una mera questione di gusto personale. Tuttavia c’è un esponente del Surrealismo che mi fa sempre emozionare molto, nonostante non sia facile decifrare le sue opere e forse un vero e proprio senso non c’è. Quell’artista è René Magritte.
Come ho già detto in passato non sono un’esperta di arte, quindi prendete questa mia rubrica come il pensiero di una semplice appassionata che trova non solo nei libri, ma anche nelle diverse forme artistiche un modo per emozionarsi e pensare.
L’arte di Magritte spiazza sempre con il suo modo di porre dei semplici oggetti di uso comune in modo non convenzionale. Una mela che va a coprire il volto, una pietra nel cielo come se fosse leggera come una nuvola, un occhio enorme con nuvole bianche che scorrono nell’azzurro dell’iride, una pipa che non è affatto una pipa, il bacio tra due amanti i cui volti sono celati da un lenzuolo bianco. Solo per fare degli esempi.
Le sue opere si focalizzano su un profondo senso di ambiguità, meraviglia e mistero. E tutto gioca molto sul concetto di identità, su quella maschera sociale che ciascuno di noi indossa. Inserendo qualcosa di reale in un contesto surreale filtra la realtà e la mette sempre in discussione. Riflettendo su quel sottile confine tra realtà e rappresentazione, Magritte insinua il dubbio e lascia un costante senso di illusione.
René Magritte1 nasce nel 1898 a Lesinnes, nella provincia belga dell’Hainaut. Figlio del sarto Léopold e della modista Régina Bertinchamps, perde la madre a soli quattordici anni; il suo corpo viene ritrovato nel fiume Sambre, coperto da un panno.
Dopo aver completato studi classici, a quindici anni inizia una storia d’amore con Georgette Berger, che sposerà nel 1922, un legame destinato a durare tutta la vita. Frequenta l’Accademia reale di belle arti di Bruxelles, dove è allievo di Constant Montald, un pittore simbolista. Nel 1921, inizia a lavorare come grafico, creando manifesti pubblicitari, copertine di spartiti musicali e disegnando carte da parati.
Il suo esordio pittorico è fortemente influenzato dal cubismo e dal futurismo. Come egli stesso afferma, la svolta surrealista avviene con la scoperta dell’opera di Giorgio de Chirico, in particolare con la visione del quadro Canto d’amore. Questo lo conduce a sperimentare e, nel 1925, ad aderire al gruppo surrealista belga. Entrando in contatto con il francese André Breton, fondatore del Surrealismo, si trasferisce in Francia, dove inizia a frequentare illustri esponenti di quel movimento, tra cui il poeta Paul Éluard e i pittori Salvador Dalì, Max Ernst e Joan Miró. Tra il 1926 e il 1930 dipinge ben 280 quadri!
Nel 1930, decide di tornare in Belgio per dedicarsi nuovamente alla pubblicità, ma il suo lavoro si diffonde così tanto che negli anni successivi tiene diverse mostre tra New York e Londra e il poeta Louis Scutenaire gli dedica una monografia. Durante i difficili anni della guerra, Magritte si apre ad altre esperienze e adotta un nuovo stile pittorico, che verrà definito il periodo Renoir. Morirà a 69 anni, lasciando poco più di mille opere, oltre a numerosi disegni, gouaches e collages.
La sua è una vita ordinaria, quasi banale. Viene descritto come un giovane silenzioso e riflessivo, e il suo segno distintivo è la bombetta in testa (che poi è un elemento molto costante nei suoi quadri).
“La creazione di nuovi oggetti; la trasformazione di oggetti noti, il mutamento di materia per certi oggetti: un cielo di legno, per esempio; l’uso delle parole associate alle immagini; la denominazione erronea di un’immagine; la messa in opera di idee suggerite da amici; la rappresentazione di certe visioni del dormiveglia furono a grandi linee i mezzi da me usati per costringere gli oggetti a diventare infine sensazionali.”
- René Magritte
L’opera più famosa che è diventata un po’ il suo simbolo e il suo manifesto è La Trahison des images (Il tradimento delle immagini - 1929) dove Magritte realizza un oggetto di uso comune, una pipa, e inserisce sotto una scritta “Ceci n’est pas une pipe / questa non è una pipa”, che va così a spiazzare chi lo guarda e a riflettere su quanto vede. In effetti, quella è solo la rappresentazione ingannevole di una pipa, non è un oggetto reale, non la puoi fumare. Magritte ci esorta a riconoscere la differenza tra l’arte (il simbolo) e la realtà. Ci ricorda che l’arte è una mera illusione, un mezzo che ci permette di esprimere il mondo, ma non può mai sostituire l’esperienza diretta della realtà.
“I miei dipinti sono immagini visibili che non nascondono nulla… magari evocano mistero, e quando qualcuno vede uno dei miei dipinti si chiede ‘Cosa significa?’ Non significano nulla, perché il mistero stesso non significa nulla. Non è conoscibile.”
- René Magritte
L’arte di Magritte ha avuto un impatto notevole sul mondo contemporaneo, influenzando non solo la pittura, ma anche il cinema. Vi lascio due esempi, anche ne esistono sicuramente altri.
Sul finale di The Truman Show, quando Truman sale la scala e saluta quel mondo fittizio, si può rivedere un po’ il quadro Architecture au clair de lune, da cui sembra che lo scenografo abbia preso proprio ispirazione.


Mentre ne L’esorcista, quando il prete arriva davanti alla casa della bambina posseduta, l’immagine (che poi è anche la locandina iconica del film) rievoca moltissimo uno dei quadri che più amo dell’artista belga: L’empire de la lumièr.


Illusione pittorica, sogno, inconscio, maschere, ambiguità, paradosso, accostamento di immagini opposte: questi sono un po’ i temi della sua arte e sulla base di ciò ho scelto tre titoli che, a mio parere, possono ben legarsi ad alcuni dei suoi quadri. Si tratta, ovviamente, di associazioni del tutto personali.
La folie Almayer | La cattedrale di nebbia, di Paul Willems
Qui è là, verso l’alto, da ogni parte, i rami degli alberi che cingevano la radura attraversavano le mura e la volta di nebbia. Sembravano tenere l’intera chiesa sospesa tra cielo e terra. Questa impressione era rafforzata dalla presenza dell’edera che, non potendo aderire alle pareti, ricopriva il suolo di uno spesso tappeto il cui colore verde era esaltato da una luce diffusa di un grigio finissimo. Nonostante la protezione degli alberi, nei giorni di grande tempesta la chiesa si disperdeva. Si riformava soltanto al crepuscolo, con il calare del vento.
Quando ho iniziato a leggere La cattedrale di nebbia di Paul Willems ho subito pensato a René Magritte. Così, ho provato un po’ di difficoltà nel scegliere un solo quadro da collegare. Le atmosfere oniriche e simboliche dei racconti dello scrittore belga evocano benissimo l’illusione pittorica dell’artista – anch’egli belga -. Avrei potuto inserire La Bataille de l’Argonne o Le Château des Pyrénées con quelle rocce sospese nel cielo, quasi fossero leggere come le nuvole; quella contrapposizione e contraddizione di elementi che tanto sorprende, ma allo stesso tempo ammalia chi osserva. Però, nel corso delle mie ricerche, mi sono imbattuta in un quadro forse distante dal consueto: La folie Almayer. In quest’opera vediamo un’imponente torre cilindrica in pietra con una struttura simile a un castello. Non è radicata al suolo, ma è sospesa e quasi ‘sostenuta’ da una rete di radici spesse, simili a tentacoli, che s’intrecciano sotto di essa su uno sfondo arancione omogeneo, senza altri particolari. Le radici creano un vero e proprio contrasto con l’aspetto rigido della torre, suscitando un dialogo visivo tra natura e architettura, tra leggerezza e solidità.
Quest’immagine mi ha ricordato in un certo senso quella cattedrale di nebbia costruita dall’architetto V, in uno dei racconti presenti nel volume di Willems, pubblicato da Safarà.
In una foresta, dove le querce e i faggi svettano più in alto della volta di una chiesa, dondola piano nell’aria immobile una strana cattedrale fatta di nebbia. Una struttura vaga e precisa insieme, che sembra tenuta sospesa tra cielo e terra dai rami degli alberi.
Magritte e Willems riescono a trasmettermi emozioni, anche senza per forza trovare una spiegazione. Secondo me “giocano” entrambi su questo sottile filo tra realtà e immaginazione, tra razionale e irrazionale, tra ordinario e mistero.
Décacolmanie | Il morto presunto, di Piera Rampino
«Hai gli occhi spalancati, ma sei cieco, le orecchie tese, e non senti nulla! La vita ti passa accanto senza neppure sfiorarti, e forse non è gioia, né dolore per te. Ma per gli altri? Ti sei mai chiesto cos’è per gli altri?»
L’arte di Magritte ruota molto sul concetto di identità. In effetti, avrei voluto inserire uno dei romanzi di Pirandello che secondo me ben si sposano con questo tema. Poi, però, di recente ho letto un altro romanzo che secondo me è perfetto da abbinare: Il morto presunto, di Piera Rampino, pubblicato da Agenzia Alcatraz. Qui troviamo un uomo, Cosimo Praticò, che improvvisamente si ritrova morto per l’anagrafe nonostante sia vivo e intenda dimostrarlo anche attraverso un processo particolare. Mentre lui resta sempre sospeso tra vita e morte presunta, sua moglie, i figli, e il fratello sembrano rifiorire. Come se le loro esistenze fossero migliori senza di lui. Ma forse è proprio in quella sua solitudine che Cosimo potrà scoprire la sua vera identità e lasciar morire il vecchio sé, per trovare a suo modo una strada diversa.
La storia di Cosimo è surreale e grottesca, eppure in qualche modo è incredibilmente reale.
In Décacolmanie possiamo scorgere due figure umane affiancate. Da un alto c’è un uomo di spalle, con una giacca scura e il caratteristico cappello a bombetta, il cui sguardo sembra orientato verso il mare e un cielo azzurro sfumato con nuvole bianche. Accanto a lui c’è una sorta di alter ego: la figura è la stessa, ma “riempita” proprio da quel cielo e a da quel mare. Quasi un ritaglio su una tenda rossa che rimanda al sipario di un palcoscenico teatrale. Sembra quasi evocare uno sdoppiamento dell’io. Chi siamo veramente? Siamo veramente vivi, stiamo davvero vivendo la vita dei nostri sogni? O siamo maschere in una società che ci vuole in un certo modo?
Le coup au coeur | Rovorosa, di Éric Chevillard
Né Viola né Fucsia, mi chiamo Rosa io. Ma Mangiaferro per scherzare ogni tanto, quando mi arrampico su di lui, mi chiama Rovo e di colpo è il nome di quel cespuglio spinoso e fiorito a starmi meglio, lo stesso che ho mantenuto: Rovorosa.
Un altro autore capace di spiazzare con i suoi romanzi surreali è sicuramente Éric Chevillard. Ho avuto modo di leggere alcuni dei suoi testi e mi ha sempre lasciata, in un certo senso, senza parole, così come quando osservo uno dei tanti quadri di René Magritte. L’opera che ho scelto è Le coup au coeur dove è evidente la contraddizione tra la dolcezza della rosa e la crudeltà delle spine, che qui è ancor più accentuata trasformando la spina stessa in un pugnale. Ovviamente questa immagine non ha potuto non ricordarmi Rovorosa (pubblicato da Prehistorica Editore) che già dal nome riprende bene l’idea. Nel romanzo di Chevillard seguiamo le vicende di una bambina (o almeno così sembra) che parte alla ricerca di suo padre Mangiaferro che, dopo uno dei suoi lavori notturni, non è tornato a casa.
Rovorosa è anche una scrittrice e nel corso del suo viaggio annota tutto ciò che vede. La narrazione oscilla, così come il suo nome, tra due mondi: quello quasi fatato e dolce dell’immaginazione e quello più crudo e spinoso della realtà. Muovendosi sempre sulla creazione di una sorta di senso di straniamento, l’autore ci conduce a un finale che sicuramente spiazza. Come nei quadri di Magritte dove ci ritroviamo a riflettere su cosa sia veramente la realtà, anche qui le domande sono tante. Sicuramente la sua estetica dell’incongruo e i suoi testi che sfuggono a una precisa classificazione si sposano benissimo con quel senso di ambiguità e paradosso che contraddistingue l’arte di Magritte.
Spero che questa nuova puntata vi sia piaciuta e di avervi dato la possibilità di scoprire non solo opere diverse di Magritte, ma anche libri un po’ distanti dai soliti.
“Nella vita tutto è mistero.”
- Rene Magritte
Alcune informazioni e frasi di Magritte le ho prese dal volume a lui dedicato della collana I maestri dell’arte moderna.






